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Marzo 8, 2020 by admin 0 Comments

AIDS

AIDS

Riportata per la prima volta in letteratura nel 1981, la Sindrome da immunodeficienza acquisita, altrimenti nota come Aids, rappresenta lo stadio clinico terminale dell’infezione da parte del virus dell’immunodeficienza umana (Hiv).

L’Hiv è un virus a Rna che appartiene a una particolare famiglia virale, quella dei retrovirus, dotata di un meccanismo replicativo assolutamente unico. Grazie a uno specifico enzima, la trascrittasi inversa, i retrovirus sono in grado di trasformare il proprio patrimonio genetico a Rna in un doppio filamento di Dna. Questo va inserirsi nel Dna della cellula infettata (detta “cellula ospite”) e da lì dirige di fatto la produzione di nuove particelle virali.

Nel caso specifico dell’Hiv, le cellule bersaglio sono particolari cellule del sistema immunitario, i linfociti T di tipo CD4, fondamentali nella risposta adattativa contro svariati tipi di agenti patogeni. L’infezione da Hiv provoca quindi un indebolimento progressivo del sistema immunitario (immunodepressione), aumentando il rischio di infezioni e malattie – più o meno gravi – da parte di virus, batteri, protozoi e funghi, potenzialmente letali alla lunga distanza, e che in condizioni normali potrebbero essere curate più facilmente.

  • Le fasi della malattia

Dopo essere entrata in contatto con l’Hiv, una persona può diventare sieropositiva e cominciare così a produrre anticorpi diretti specificamente contro il virus, dosabili nel sangue. La sieropositività implica che l’infezione è in atto e che è dunque possibile trasmettere il virus ad altre persone. La comparsa degli anticorpi, però, non è immediata. Il tempo che intercorre tra il momento del contagio e la comparsa nel sangue degli anticorpi contro l’Hiv è detto “periodo finestra” e dura mediamente 4-6 settimane, ma può estendersi anche fino a 6 mesi. Durante questo periodo, anche se la persona risulta sieronegativa è comunque in grado di trasmettere l’infezione. Da sieropositivi, è possibile vivere per anni senza alcun sintomo e accorgersi del contagio solo al manifestarsi di una malattia. Sottoporsi al test della ricerca degli anticorpi anti-Hiv è, quindi, l’unico modo di scoprire l’infezione. Il periodo di incubazione può durare anche diversi anni, fino a quando la malattia non diventa clinicamente conclamata a causa dell’insorgenza di una o più infezioni cosiddette “opportunistiche”. A provocarle sono agenti patogeni che normalmente non riescono a infettare le persone sane, ma soltanto persone con un sistema immunitario fortemente compromesso. Gli agenti principali sono:

  • – protozoi, tra cui Pneumocistis carinii, responsabile di una particolare forma di polmonite detta pneumocistosi e Toxoplasma gondii, che provoca la toxoplasmosi, malattia che colpisce il cervello, l’occhio e raramente il polmone
  • – batteri, soprattutto Mycobacterium tuberculosis, responsabile della tubercolosi
  • – virus, tra cui Herpes e Cytomegalovirus (Cmv)
  • – funghi, come per esempio la Candida albicans, che si può sviluppare in molte parti del corpo, soprattutto in bocca, nell’esofago e nei polmoni.

Nella fase conclamata dell’Aids si possono sviluppare diverse forme di tumore, soprattutto linfomi e sarcoma di Kaposi.

Vie di trasmissione

Esistono tre diverse modalità di trasmissione dell’Hiv: per via ematica, per via sessuale e per via materno-fetale.

La trasmissione per via ematica avviene con stretto e diretto contatto fra ferite aperte e sanguinanti e scambio di siringhe con un sieropositivo Durante le prime fasi dell’epidemia, quando erano minori anche l conoscenze sui sistemi di diffusione del virus, diverse persone sono state contagiate dall’Hiv in seguito a trasfusioni di sangue o alla somministrazione di suoi derivati. A partire dal 1985 questo tipo di trasmissione dell’infezione è stato praticamente eliminato, grazie a un maggiore controllo delle unità di sangue, al trattamento con calore degli emoderivati e alla selezione dei donatori, ma anche a un minor ricorso a trasfusioni inutili e ad un maggiore utilizzo dell’autotrasfusione.

La trasmissione attraverso il sangue rappresenta, invece, la principale modalità di contagio responsabile della diffusione dell’infezione nella popolazione dedita all’uso di droga per via endovenosa. L’infezione avviene a causa della pratica, diffusa tra i tossicodipendenti, di scambio della siringa contenente sangue infetto. Possono essere infatti veicolo di trasmissione dell’Hiv anche aghi usati, e in questo senso sarebbe opportuno sottoporsi ad agopuntura, mesoterapia, tatuaggi e piercing utilizzando aghi monouso e sterili. Con la stessa modalità è possibile la trasmissione sia dell’Hiv che di altri virus tra i quali quelli responsabili dell’epatite B e C, infezioni anch’esse molto diffuse tra i tossicodipendenti.

La trasmissione sessuale è nel mondo la modalità di trasmissione più diffusa dell’infezione da Hiv. I rapporti sessuali, sia eterosessuali che omosessuali, non protetti dal profilattico possono essere causa di trasmissione dell’infezione. Trasmissione che avviene attraverso il contatto tra liquidi biologici infetti (secrezioni vaginali, liquido pre-eiaculatorio, sperma, sangue) e mucose durante i rapporti sessuali. La trasmissione è possibile anche se le mucose sono integre.

Ovviamente, tutte le pratiche sessuali che favoriscono traumi possono provocare un aumento del rischio di trasmissione. Per questo motivo i rapporti anali sono a maggior rischio, perché la mucosa dell’ano è più fragile e meno protetta di quella vaginale. Ulcerazioni e lesioni dei genitali causate da altre patologie possono inoltre far aumentare il rischio di contagio.

Il coito interrotto non protegge dall’Hiv, così come l’uso della pillola anticoncezionale, del diaframma e della spirale. Le lavande vaginali, dopo un rapporto sessuale, non eliminano la possibilità di contagio.

I rapporti sessuali non protetti possono essere causa di trasmissione non solo dell’Hiv. Esistono, infatti, oltre 30 malattie sessualmente trasmissibili (Mst).

Hiv e gravidanza

La trasmissione da madre a figlio, o verticale, può avvenire durante la gravidanza, durante il parto, o con l’allattamento. Il rischio per una donna sieropositiva di trasmettere l’infezione al feto è circa il 20%. Oggi è possibile ridurlo al di sotto del 4% somministrando zidovudina (Azt, primo farmaco usato contro l’Hiv) alla madre durante la gravidanza e al neonato per le prime sei settimane di vita. Per stabilire se è avvenuto il contagio il bambino deve essere sottoposto a controlli in strutture specializzate per almeno i primi due anni di vita. Tutti i bambini nascono con gli anticorpi materni. Per questa ragione, il test Hiv effettuato sul sangue di un bambino nato da una donna sieropositiva risulta sempre positivo. Anche se il bambino non ha contratto l’Hiv, gli anticorpi materni possono rimanere nel sangue fino al diciottesimo mese di vita, al più tardi entro i due anni. Il bambino viene sottoposto a test supplementari per verificare se è veramente portatore del virus o se ha ricevuto solo gli anticorpi materni.

Strategie di prevenzione

Poche semplici precauzioni possono ridurre, o addirittura annullare, il rischio di infezione da Hiv. Per evitare la trasmissione dell’infezione per via ematica:

  • – evitare l’uso in comune di siringhe e aghi per l’iniezione di droghe
  • – non sottoporsi ad agopuntura, mesoterapia, tatuaggi e piercing se gli aghi utilizzati non sono monouso o non sono stati sterilizzati 
  • – per gli operatori sanitari, fare attenzione nel maneggiare e utilizzare aghi e altri oggetti taglienti 
  • – per i medici, incoraggiare l’uso di autotrasfusioni e conformarsi in maniera rigida alle indicazioni per le trasfusioni di sangue: le donazioni di sangue vanno sempre sottoposte al test per l’Hiv, né devono donare sangue, plasma, sperma, organi per trapianti, tessuti o cellule le persone che abbiano avuto comportamenti a rischio.

Per evitare la trasmissione dell’infezione per via ematica sessuale:

  • – avere rapporti sessuali mutuamente monogamici con un partner che non sia infetto
  • – eventualmente, astenersi dai rapporti sessuali 
  • – nel caso di rapporti occasionali (vaginali, orogenitali o anali), utilizzare il profilattico.

L’uso corretto del profilattico può infatti annullare il rischio di infezione durante ogni tipo di rapporto sessuale con ogni partner. Nei rapporti sessuali il preservativo è l’unica reale barriera protettiva per difendersi dall’Hiv. Non vanno usati lubrificanti oleosi perché potrebbero alterare la struttura del preservativo e provocarne la rottura. È necessario usare il preservativo all’inizio di ogni rapporto sessuale (vaginale, anale, orogenitale) e per tutta la sua durata. Anche un solo rapporto sessuale non protetto potrebbe essere causa di contagio.

Per un uso corretto del profilattico è importante:

  • – leggere le istruzioni accluse
  • – indossarlo dall’inizio alla fine del rapporto sessuale
  • – usarlo solo una volta
  • – srotolarlo sul pene in erezione, facendo attenzione a non danneggiarlo con unghie o anelli
  • – conservarlo con cura: lontano da fonti di calore (cruscotto dell’auto ed altro) e senza ripiegarlo (nelle tasche, nel portafoglio).

La pillola, la spirale e il diaframma sono metodi utili a prevenire gravidanze indesiderate, ma non hanno nessuna efficacia contro il virus dell’Hiv. L’uso di siringhe in comune con altre persone sieropositive costituisce un rischio di contagio pertanto è necessario utilizzare siringhe sterili. Le trasfusioni, i trapianti di organo e le inseminazioni, nei Paesi europei, sono sottoposti a screening e ad accurati controlli per escludere la presenza dell’Hiv.

Come non si trasmette il virus

Il virus non si trasmette attraverso:

  • – strette di mano, abbracci, vestiti
  • – baci, saliva, morsi, graffi, tosse, lacrime, sudore, muco, urina e feci
  • – bicchieri, posate, piatti, asciugamani e lenzuola
  • – punture di insetti

Il virus non si trasmette frequentando:

  • – palestra, piscina, docce, saune e gabinetti
  • – scuole, asili e luoghi di lavoro
  • – ristoranti, bar, cinema e locali pubblici
  • – mezzi di trasporto.

Il test dell’Hiv

Per sapere se si è stati contagiati dall’Hiv, è sufficiente sottoporsi al test specifico per la ricerca degli anticorpi antiHiv che si effettua attraverso un normale prelievo di sangue. Il test anti-Hiv è in grado di identificare la presenza di anticorpi specifici che l’organismo produce nel caso in cui entra in contatto con questo virus. Se si sono avuti comportamenti a rischio è bene effettuare il test al termine del sesto mese dall’ultimo rischio di contagio (periodo finestra), poiché gli anticorpi anti-Hiv possono presentarsi anche entro sei mesi di distanza dall’esposizione al contagio. Bisogna tenere presente che durante il cosiddetto “periodo finestra” (periodo di tempo che va dal momento del contagio a quello della comparsa degli anticorpi) è comunque possibile trasmettere il virus pur non risultando positivi al test.

La Legge italiana (135 del giugno 1990) garantisce che il test sia effettuato solo con il consenso della persona. Il test non è obbligatorio, ma se si sono avuti comportamenti a rischio sarebbe opportuno effettuarlo. Per eseguire il test, nella maggior parte dei servizi sanitari, non serve ricetta medica, è gratuito e anonimo. Le persone straniere, anche se prive del permesso di soggiorno, possono effettuare il test alle stesse condizioni del cittadino italiano. Per la sicurezza del neonato, tutte le coppie che intendono avere un bambino dovrebbero valutare l’opportunità di sottoporsi al test. La legge prevede che il risultato del test venga comunicato esclusivamente alla persona che lo ha effettuato. Sapere precocemente di essere sieropositivi al test dell’Hiv consente di effettuare tempestivamente la terapia farmacologica che permette oggi di migliorare la qualità di vita e vivere più a lungo.

Le terapie

Oggi i medici propongono la terapia Haart (Higly Active Anti-Retroviral Therapy) contro l’infezione da Hiv alle persone sieropositive, sulla base dei cosiddetti “valori” dei linfociti CD4 (cellule del sistema immunitario) e della carica virale (numero di particelle di Hiv nel sangue) che misura la velocità di replicazione dell’infezione. La terapia è in genere composta da più farmaci antiretrovirali che permettono di ridurre la carica virale e migliorare la situazione immunitaria. Il medico potrà spiegare meglio quali sono le varie possibilità terapeutiche, i possibili effetti collaterali, le modalità di assunzione dei farmaci. Nel 1987 è stato introdotto il primo farmaco antiretrovirale, la zidovudina (Azt), in grado di inibire l’attività della trascrittasi inversa, fondamentale per la replicazione dell’Hiv. A questa molecola hanno fatto seguito altre con meccanismo d’azione simile. Successivamente si sono aggiunti il 3tc e il D4t, come farmaci sinergici rispetto all’azione dell’Azt, ma anche altri inibitori della trascrittasi inversa, come la nevirapina e l’efavirenz, che agiscono con un diverso meccanismo. Nel 1997 è stata introdotta una nuova categoria di farmaci, gli inibitori della proteasi (come l’amprenavir), capaci di ostacolare l’enzima virale necessario per completare la sintesi del rivestimento esterno del virus. A causa della forte tendenza dell’Hiv a mutare (la trascrittasi inversa è un enzima che spontaneamente introduce degli errori nel genoma virale), è necessario non soltanto trovare farmaci sempre nuovi, ma anche adottare delle terapie combinate. In questo modo si cerca di ridurre al minimo o quantomeno di ritardare l’insorgenza di ceppi virali multiresistenti. Sono inoltre in sperimentazione classi di farmaci mirate alla stimolazione e al supporto del sistema immunitario, piuttosto che a una diretta azione antivirale. Accanto a farmaci, sono in corso molti studi in diversi laboratori in tutto il mondo per mettere a punto un vaccino efficace, che possa associare a una azione preventiva anche una possibile azione terapeutica. Nei Paesi occidentali i successi terapeutici contro l’Aids sono dunque in gran parte dovuti ai risultati ottenuti dalla ricerca scientifica che ha consentito di individuare farmaci dotati di potente attività antivirale. Occorre tuttavia tenere ben presente che le attuali strategie terapeutiche non consentono la guarigione dall’infezione ma permettono di tenerla sotto controllo. È quindi essenziale individuare nuove strategie terapeutiche con meccanismi di azione diversi da quelli di cui oggi disponiamo.

Telefono verde Aids

È possibile chiamare il Telefono Verde Aids (Tva) dell’Istituto superiore di sanità al numero 800-861061. Il servizio, anonimo e gratuito, è attivo dal lunedì al venerdì dalle ore 13.00 alle ore 18.00. Gli esperti del Tva garantiscono una informazione scientifica, aggiornata e personalizzata. A partire dal 19 marzo 2007, l’intervento di counselling telefonico su Hiv e Aids, oltre che in italiano, viene offerto anche in altre sette lingue. I mediatori linguistico culturali sono presenti ogni giorno, a turno, secondo il seguente calendario:

lunedì – mediatore per le persone di lingua inglese e francese

martedì – mediatore per le persone di lingua romena

martedì – mediatore per le persone di lingua romena

giovedì – mediatore per le persone di lingua cinese e araba

venerdì – mediatore per le persone di lingua russa

Sul sito del ministero della Salute, sono state raccolte le domande più frequenti pervenute al Tva: leggi le faq e il rapporto con i dati sull’attività di counselling telefonico (1 gennaio – 16 novembre 2007).

Marzo 8, 2017 by admin 0 Comments

ALLERGENI RICOMBINANTI:UTILIZZO NELLA PRATICA CLINICA

 

INTRODUZIONE

Le allergie sono divute ad un’ anomala reattività dell’organismo verso sostanze riconosciute estranee (allergeni) dai soggetti ad esse sensibili (allergici).
Le allergie sono responsabili di manifestazioni cliniche quali: rinite, congiuntivite, asma bronchiale, orticaria, shock anafilattico ecc.

Allergeni

Gli allergeni sono, per definizione, antigeni che riconosciuti dal soggetto allergico come “estranei” al proprio organismo, provocano, nello stesso, una risposta immunitaria con formazione di anticorpi IgE, detti anticorpi anafilattici o reagine, sono responsabili delle manifestazioni cliniche.

Gli allergeni sono numerosi e possono essere classificati in:

  • Allergeni da inalazione: pollini, dermatofagoidi funghi ed (altri parassiti) presenti nelle polveri ambientali, che nella maggior parte dei casi sono responsabili di manifestazioni come riniti allergiche e asma bronchiale.
  • Allergeni da ingestione: alimenti di origine animale o vegetale, farmaci che possono provocare manifestazioni sia a carico della cute e delle mucose (sindrome orticaria-angioedema), sindrome orale, sia gastrointestinali, respiratorie e dare quindi una sindrome sistemica (shock anafilattico).
  • Allergeni da puntura: farmaci e veleni di insetti, soprattutto da Imenotteri (api, vespe, calabroni) che possono dar luogo a reazioni locali e sistemiche come shock  anafilattico.

Diagnosi delle malattie allergiche

La diagnosi eziologica delle malattie allergiche si basa:
=> sull’ anamnesi
=> sui tests “in vivo”:

  • con l’esecuzione dei test cutanei quali lo “Skin – Prick test” e i tests di provocazione.

=> Sui tests “in vitro”, su sangue.

  • con la ricerca delle IgE specifiche (mediante il Rast Test).

Per riconoscere e quantificare la presenza di IgE specifiche (anticorpi della classe IgE) in un soggetto allergico si utilizza, sia nella ricerca “in Vivo” che in “Vitro”, come antigene, l’estratto della sostanza allergizzante che si vuole testare (pollini, acari, alimenti, polveri ecc.).

Nel caso in cui il soggetto è allergico, l’antigene forma con il relativo anticorpo IgE un complesso antigene anticorpo la cui presenza è evidenziata:

  • “in Vivo” da un gonfiore circoscritto (pomfo), pririginoso, circondato da una zona di pelle arrossata
  • “in Vitro” cioè nel siero, dalla formazione di un complesso antigene anticorpo,dal quale è possibile risalire alla quantità di anticorpi IgE specifici presenti nel siero del paziente.

Gli estratti allergenici, finora utilizzati, sono costituiti da una miscela di antigeni e sono in grado, pertanto, di fornire informazioni utili per fare diagnosi di allergia, ma non sono in grado di indicare verso quale componente dell’estratto si è allergici.

Grazie agli sforzi congiunti di ricerca ed industria è stato possibile, negli ultimi anni, isolare, identificare e riprodurre gli antigeni o componenti molecolari contenuti nei diversi estratti allergenici che presentano proprietà strutturali e biochimiche tra loro differenti.
Per esempio: il paziente al quale è stata riscontrata la presenza di IgE specifiche per l’acaro della polvere Dermatophagoides Pteronissinus (Dpt) utilizzando come antigene un estratto allergenico, può essere meglio studiato, sottoponendolo alla ricerca delle IgE specifiche per le tre componenti molecolari Der p1, Der p2, Der p10, utilizzando come antigeni le componenti molecolari ricombinanti rDer p1, rDer p2, rDer p10.
Altro esempio: se il paziente risulta allergico alla betulla si procede alla ricerca delle IgE specifiche per i singoli antigeni o componenti molecolari che sono stati isolati dall’estratto della betulla (Bet v1, Bet v2, Bet v3, Bet v6 ecc.) utilizzando come antigeni quelli ottenuti con tecniche ricombinanti rBet v1, rBet v2, rBet v3, rBet v6 ecc. Gli allergeni molecolari: produzione e prospettive di utilizzo nella diagnostica allergologica (Rassegna)

Antigeni o componenti molecolari ricombinanti(r) e nativi(n)

Negli esempi precedenti si è parlato di allergeni ricombinanti o componenti molecolari.
Un’allergene ricombinante  è una molecola  che viene riprodotta, mediante l’utilizzo di particolari biotecnologie, dopo essere stata identificata ed isolata da un estratto allergenico.
Gli allergeni ricombinanti, rispetto agli estratti allergenici tradizionali presentano molti vantaggi:
– Sono perfettamente caratterizzati a livello molecolare e immunochimico.
– Sono altamente purificati.
– Sono facili da standardizzare.
– Permettono diagnosi e cure più precise.
Laddove non è stato possibile “riprodurre” gli antigeni ricorrendo a “tecniche ricombinanti” si è ricorso a particolari tecniche estrattive e di purificazione per isolare gli antigeni ai quali è stato dato il nome di nativi (n) per distinguerli dai ricombinanti (r).
In futuro, molti di questi antigeni, ( sia ricombinanti che nativi), oltre ad essere utilizzati ai fini diagnostici, verranno sempre più impiegati ai fini terapeutici nella immunoterapia specifica (ITS) “vaccinazione”, per desensibilizzare i soggetti allergici.

MOLECOLE PROTEICHE PRESENTI IN NATURA IN OMOLOGIA CON POLLINI E ALIMENTI

Come già sottolineato, un estratto allergenico, può essere costituito da più componenti molecolari (antigeni) con caratteristiche strutturali e biochimiche tra loro differenti.

Taluni di questi antigeni possono presentare una omologia (somiglianza) strutturale e biochimica, in percentuale variabile, con altre molecole proteiche diffuse nel mondo vegetale e animale che svolgono funzioni di natura diversa: di difesa, enzimatiche, metaboliche, strutturali, di deposito ecc.

Tali proteine sono presenti in pollini (pollini di alberi, di graminacee, di erbe ecc.), in alimenti del regno vegetale (frutta, verdura, semi ecc.), in alimenti del regno animale (latte, uova, carne, molluschi ecc.), in organismi (dermatophagoidi, scarafaggi) in liquidi biologici ecc.

Si è avuto modo di constatare che quando una molecola presenta una alta omologia con altre molecole, da un punto di vista allergologico, il paziente, oltre a poter presentare una sensibilizzazione alla molecola primaria, può essere anche allergico alle molecole omologhe.
Questo ci ha chiarito come mai un soggetto allergico alla polpa della mela spesso risulti allergico al polline della Betulla senza aver mai visto in vita sua una betulla.
In “realtà il paziente potrebbe essere allergico alle proteine PR-10 presenti, in alta omologia, sia nella polpa della mela sia nel polline della Betulla.
In questo caso il paziente potrebbe essere allergico anche a tutti gli altri pollini e alimenti che contengono proteine PR-10. (Lo stato dell’arte della Component Resolved Diagnostic (CRD): cosa sono e a cosa servono i componenti molecolari)

FAMIGLIE DELLE PROTEINE CHE PRESENTANO OMOLOGIA (SOMIGLIANZA) STRUTTURALE E BIOCHIMICA CON ALIMENTI E POLLINI

Classificazioni delle molecole proteiche associate a cibi di origine vegetale

Proteine PR-10

Le proteine PR-10 sono presenti:
=> nel polline della Betulla:molecola Bet v1;
=> in molti alimenti appartenti alle famiglie di Rosacee, Apiacee, Fabacee, Poacee, ecc. (per maggiori dettagli consultare la tabella 1)

Sono proteine labili (termo e gastrolabili) per cui gli alimenti che le contengono, se cotti o, comunque, sottoposti a processi di preparazione (marmellate, succhi di frutta ecc.) sono ben tollerati.
Sono presenti soprattutto nella polpa dei frutti specie della famiglia delle Rosacee (mela, pesca, pera, ciliegia ecc.). Solitamente causano sindromi orali allergici.

Proteine nsLPTs (non-specific lipid transfer proteins)
Le proteine appartenenti alla famiglia delle nsLTPs (non-specific lipid transfer proteins), giocano un ruolo importante nella difesa delle piante contro funghi e batteri.
Sono proteine che si trovano soprattutto nella buccia della pesca (ne è particolarmente ricca la peluria che ricopre il frutto) e degli altri frutti appartenenti  alla famiglia delle rosacee (mela,pera,pesca,ciliegia ecc.).
Esse sono presenti anche in molti alimenti di origine vegetale appartenenti alla famiglia delle:
Apiacee, Fabacee, Poacee ecc. (per maggiori dettagli consultare la tabella 1)
Sono proteine molto stabili (termo e gastro stabili), pertanto capaci di provocare reazioni sistemiche anche severe come l’ anafilassi.
Gli alimenti sbucciati vengono meglio tollerati.

Profiline
Le profiline sono proteine diffusissime in natura e si trovano nel citoplasma di tutte le cellule nucleate.
Il loro nome deriva dalla particolare funzione che esse svolgono, che consiste essenzialmente nel modulare la motilità intrinseca delle cellule, il loro allungamento e quindi la loro forma, in termini più astratti, il loro “profilo”.

Sono presenti:
=> nel polline della Betulla:molecola Bet v2;
=> in molti alimenti appartenti alle famiglie di Apiacee, Fabacee, Poacee, Rosacee ecc. (per maggiori dettagli consultare la tabella 1)
Le profiline sono facilmente distrutte dai succhi gastrici ma in genere sono più stabili al calore rispetto alle PR-10.

La sensibilizzazione alla profilina si traduce sul piano clinico nella sindrome orale allergica (SOA), anche se sono state descritte reazioni sospette più severe con il melone, il pomodoro, gli agrumi, il kiwi, la banana e il litchi.

I cibi se cotti, in genere, sono ben tollerati.
Le profiline sono spesso responsabili della polisensibilizzazione ai pollini.

STORAGE PROTEIN (PROTEINE DI DEPOSITO)

Appartengono al gruppo delle proteine di deposito: le 2S Albumine – le vicilin like – Legumin like – thaumatin like protein

– Le 2S Albumine sono piccole proteine globulari, costituite da due sobumità legate da ponti di solfuro (da quì il nome  2S Albumine).

Rappresentano le proteine di deposito dei semi di alcune specie vegetali.
Esse sono molto stabili sia al calore che ai succhi gastrici e rappresentano uno degli allergeni maggiori della noce brasiliana (Bet e1) della noce (Jug r1) dell’anacardio (ana 03) della senape (Sin a1) del sesamo (Ses i1) dell’ arachide (Ara h2 – h6 – h7) della mandorla (Pru du 2S albumina ecc.) (per maggiori dettagli consultare la tabella 1).
Sono state segnalate cross reattività tra sesamo e semi di papavero; tra i semi di girasole e senape; tra noce e nocciola.
I pazienti affetti da sensibilizzazioni alle 2S albumine possono manifestare reazioni allergiche sistemiche anche gravi assumendo alimenti appartenenti a questa famiglia di proteine sia cotti che crudi. (per maggiori dettagli consultare la tabella 1)

– Le vicilin-like e Legumin-like sono proteine di riserva presenti soprattutto nei semi di alcune piante.
Esse, pur svolgendo azioni analoghe, si differenziano per diverso peso molecolare e struttura chimica.

  • Fanno parte della famiglia delle Viciline i seguenti semi o alimenti: Ara h1 (arachide), Cor a11 (nocciola), Jug r2 (noce) , Ana 01 (anacardio), Ses i3 (sesamo), Len c1 (lenticchia), Pis s1 (pisello) ed altri, come da tabella 1.
  • Fanno parte della famiglia delle legumine i seguenti semi o alimenti: Ara h3 (arachide), Cor a9 (nocciola), Jug r4 (noce) , Ana 01 (anacardio), Lup a11S (lupino) ed altri.

Gli alimenti appartenenti a queste due famiglie di Proteine, nei soggetti ad esse sensibilizzati, possono provocare gravi reazioni allergiche, sia se assunti cotti che crudi.

– Le Thaumatin-like protein (TLP) sono molecole appartenenti alla famiglia delle PR-5.
Sono state identificate come allergeni in molti tipi di frutta: Pru p2 (pesca); Mal d2 (mela), Act d2 (kiwi), Pru av2 (ciliegia), Vit v TLP (uva).
nonostante le molecole proteiche delle TLP siano resistenti al calore ed all’azione delle proteasi, i pazienti con tali sensibilizzazioni sembrano presentare solo sindrome orale allergica (SOA).

MOLECOLE PROTEICHE ASSOCIATE A CIBI DI ORIGINE ANIMALE

Proteine del latte bovino

Il paziente allergico al latte bovino può presentare allergia a tutte o ad alcune molecole delle proteine del latte, tra le quali le più rappresentative sono:
Bos d 8 (caseina); Bos d 5 (βeta lattoalbumina);Bos d 4 (α lattoalbumina); Bos d 6 (BSA o Albumina sierica bovina); Bos d lattoferrina (Lattoferrina).

La caseina (Bos d 8)

  • è una delle maggiori componenti del latte vaccino e dei suoi derivati (80% del totale delle proteine del latte).
  • è una molecola che viene degradata dagli enzimi proteolitici mentre è altamente resistente ai processi di pastorizzazione ed ebolizione.
  • è un potenziale allergene nascosto in molti preparati, perchè la caseina ed i caseinati sono utilizzati nell’industria alimentare, come additivi, in salse, zuppe, stufati,condimenti per insalata, glasse per prodotti da forno ecc.
  • chi è allergico alla caseina del latte di mucca può essere allergico alla caseina del latte di capra e di pecora per l’omologia (superiore all’ 85%) tra le molecole di caseina del latte di mucca e quello della caseina del latte di capra e pecora.

La βeta lattoglobulina (Bos d 5) è una siero globulina presente nel siero del latte (10% del totale delle proteine del latte).

  • è una proteina relativamente resistente all’ idrolasi acida e alle proteasi intestinali. E’ resistente alle basse temperature e viene degradata alle alte temperature.
  • Poichè appartiene alla famiglia delle lipocaline alla quale appartengono altri allergeni animali quali: la proteina urinaria maggiore del topo (Mus m1), l’allergene principale del cavallo (Equ c1) e uno degli allergeni della Blatella (Bla g4), il paziente allergico alla βeta lattoglobulina può presentare allergia all’ urina del topo, al cavallo, alla blatella germanica.
  • Chi è allergico alla βeta lattoglobulina può assumere yogourt in quanto l’ allergenenità della molecola Bos d5 è decisamente inferiore in alcuni derivati del latte acidificato.
  • chi è allergico alla βeta lattoglobulina può essere allergico al latte di renna per la omologia tra le molecole di βeta lattoglobulina presenti nel latte bovino e nel latte di renna.

La α lattoglobulina (Bos d4) è presente nel latte bovino (5%), è la principale proteina del latte materno e rappresenta la principale fonte proteica per il lattante.
E’ scarsamente resistente al calore.

La BSA (Bos d6) o albumina sierica bovina rappresenta uno degli allergeni maggiori della carne di manzo ed uno degli allergeni minori del latte vaccino (1%). Essa è labile al calore.

  • Esiste un’alta cross reattività tra BSA del latte vaccino e le albumine ovine, suine, caprine e del cervo, mentre è decisamente più bassa con le albumine di cavallo, coniglio e pollo.
  • Anche le albumine presenti nell’epitelio di cane (Can f3) e gatto (Fel d2) possono reagire con BSA.
  • Pertanto chi è allergico a Bos d6 deve evitare di mangiare le carni crude e deve evitare di tenere cani e gatti in casa.

La lattoferrina (Bos d lattoferrina) è’ una glicoproteina legante il ferro, la quale ha un ampio spettro di azioni anti infettive e anti infiammatorie e rappresenta un componente fondamentale delle difese mucosali; per questo è particolarmente concentrato nel colostro.
E’ particolarmente termostabile e resistente alla digestione proteica.

Proteine dell’uovo

Le molecole responsabili dell’allergia all’uovo sono: Gal d1 (ovomucoide) – Gal d2 (ovoalbumina) – Gal d3-conalbumina (ovotransferrina) – Gal d4 (lisozima).

L’ovomucoide (Gal d1) è uno degli allergeni maggiori dell’uovo.

  • E’ resistente al calore (100°C per 1 ora), alle proteasi digestive e per tali caratteristiche può scatenare reazioni allergiche anche gravi, sia con uovo cotto che crudo, in soggetti ad esso sensibilizzati.

Si è osservato che i pazienti che presentano sensibilizzazione nei confronti di questa molecola proteica sin dai primi anni di vita, potrebbero conservare tale sensibilizzazione per tutta la vita.
La sensibilizzazione può avvenire sia per ingestione che per inalazione o contatto cutaneo.

L’ ovoalbumina (Gal d2) è una proteina che sebbene termostabile, sembra perdere gran parte della sua allergenicità dopo trattamento al calore.
E’ ben digerita dagli enzimi peptici a ph molto acido (1,5 – 2,5) meno a ph superiore.
Pertanto i soggetti affetti da acloridria gastrica e sensibilizzati all’ovoalbumina possono andare incontro a gravi crisi allergiche se ingeriscono l’uovo crudo.

L’Ovotransferrina (Conalbumina -Gal d3) è una glicoproteina che si può trovare nell’ albume, nel tuorlo e nel plasma.
Esiste una parziale cross reattività tra conalbumina e siero albumina di pollo.
Il trattamento al calore diminuisce di molto l’allergenicità.

Il Lisozima (Gal d4) è una piccola molecola la quale resiste al trattamento al calore a 80°C per 2 minuti, anche se a ph più elevati può essere inattivata a temperature più basse.

  • Esso reppresenta un allergene minore dell’uovo, ma, dal momento che viene aggiunto come additivo in alcuni cibi (allergene nascosto) può essere causa di reazioni avverse in soggetti sensibilizzati (può essere causa di sensibilizzazione anche in addetti dell’ industria alimentare e farmaceutica dove vengono prodotti (preparati contenenti lisozima).

MOLECOLE RESPONSABILI DELL’ALLERGIA AL PESCE

L’allergene maggiore del pesce è la parvalbumina una molecola facente parte della famiglia delle proteine leganti il calcio ed è contenuta nei muscoli. Vi è un’ alta omologia della parvalbumina fra tutti i pesci.

  • E’ una proteina termo e gastroresistente, e pertanto responsabile di reazioni sistemiche allergiche anche severe.
  • Le parvalbumina sono:Cyp c1 (carpa); Gad c1 (merluzzo)

Poichè  è stato dimostrato che reagisce con le IgE di oltre il 95% dei soggetti allergici al pesce la parvalbumina purificata della carpa (Cyp p1) è pertanto stata assunta come marcatore di tale allergia.

MOLECOLE RESPONSABILI DI ALLERGIE AI CROSTACEI

  • L’allergia ai crostacei è una delle più comuni allergie alimentari negli adulti ed è spesso associata a reazioni severe.
  • Il maggiore responsabile di tale allergia è la tropomiosina, una molecola stabile al calore ed alla digestione che rappresenta il 20% delle proteine della parte edibile dei crostacei.

Sono tropomiosine le seguenti molecole:

  • Pen a1 (gamberetti); Par s1 (aragosta); Chaf f1 (granchio) (appartenenti alla famiglia degli invertebrati).
  • Tod p1 (calamaro); Tur c1 (lumaca); Cra g1 (ostrica) (appartenenti alla famiglia dei molluschi).
  • Der p10 (dermatophagoides Pt); Per a 7 (scarafaggio); Bla g 9 (scarafaggio germanico).

La tropomiosina può essere considerato un panallergene degli invertebrati con alto grado di omologia e di cross reattività tra le varie specie. CRD nell’allergia alimentare: algoritmi diagnostici

ALLERGIA ALLE PROTEINE DEL LATTICE DELLA GOMMA
(per maggiori dettagli leggere CRD nell’allergia al lattice)

Il lattice della gomma è costituito da una miscela di sostanze che contiene:-

  • il 33% di cis-1,4 poliisoprene di per sè non allergizzante e responsabile delle proprietà fisiche della gomma.
  • il 2% di resina; 65% di H2O ed il 2% di proteine.

Al momento attuale sono state individuate 13 molecole proteiche come allergeni del lattice e sono state denominate Hev b1, Hev b2 ecc. fino a Hev b13 (Hev da Hevea brasilensis:lattice).
Al momento attuale, il soggetto allergico al lattice può essere meglio studiato, sfruttando le informazioni relative alle singole componenti molecolari, anche se non di tutte queste componenti è perfettamente nota la funzione biologica. (vedi tabella 2)

CONCLUSIONE

Lo studio delle allergie, mediante l’utilizzo delle Componenti Molecolari ricombinanti e/o native, come antigeni, nell’esecuzione del RAST, può permettere al medico di adottare ulteriori strategie per la gestione del paziente allergico.
Infatti il paziente, al quale siano state riscontrate IgE specifiche verso un estratto allergenico superiori a 0,1 KU, può essere sottoposto ad ulteriori, più approfondite indagini, mediante l’ulitizzo, come antigene, di Componenti Molecolari ricombinanti e/o native di quell’estratto.
I risultati di queste indagini, come meglio sintetizzato nella tabella 3 potrebbero orientare il Medico:

  • a individuare con maggiore accuratezza i pazienti candidabili a immunoterapia specifica ITS o “Vaccinazione”
  • a suggerire al paziente di evitare l’assunzione di alimenti e/o l’esposizione a sostanze inalanti che presentino cross reattività o reazione crociata.
  • a predire il tipo di reazione allergica ed alimentare a cui è sensibilizzato (reazione lieve come la Sindrome Orale Allergica (SOA) o gravi come lo Shock Anafilattico).

Per ulteriori approfondimenti leggi

CRD nell’immunoterapia:algoritmi applicabili nella pratica clinica
CRD nella pratica clinica: casi clinici

Dott.ssa Raffaella Di Corato – Medico Chirurgo Specialista in Allergologia e Immunologia Clinica
Dott. Marco Papagni – Chimico Direttore Sanitario del Centro Biomedico Analisi Cliniche;
Dott. Vito Causarano – Medico Chirurgo Specialista in Medicina Interna.

Si ringrazia il Dott. Francesco Laureti della Società Phadia per il prezioso contributo nella supervisione del lavoro.

Marzo 8, 2017 by admin 0 Comments

CISTATINA – C UN NUOVO INDICATORE DI FUNZIONALITA’ RENALE

 

VALUTAZIONE DELLA FUNZIONE RENALE – VELOCITA’ DI FILTRAZIONE GLOMERULARE (VFG)
La malattia renale cronica (MRC) è una malattia progressiva, spesso legata a fattori di rischio come diabete e ipertensione.
Una diagnosi precoce può consentire una sua adeguata gestione al fine di rallentarne l’evoluzione verso gli stadi più avanzati.
Per decenni è stato assunto, come parametro di riferimento per la valutazione della funzionalità renale, il dosaggio della creatinina sierica.

La  creatinina, da sola, non è un valido indicatore di funzionalità renale.

Perciò si è fatto ricorso alla determinazione della velocità di filtrazione glomerulare (VFG) (quantità di sangue in ml che il rene riesce a filtrare in un minuto), parametro che, meglio della sola creatinina, riesce a valutare le alterazioni della funzionalità renale, soprattutto nelle fasi iniziali.

La formula che, anche secondo l’autorevole parere di illustri nefrologi, ha dato i risultati più rispondenti alla realtà clinica è la VFG (Creatininemia – CKD-EPI) che utilizza, come parametro di calcolo, oltre alla creatininemia, l’età, il sesso, la razza del paziente, anche opportuni fattori di correzione.

CISTATINA – C                                  

Recentemente è stato introdotto un nuovo parametro che ci consente di calcolare la VFG senza far ricorso alla creatininemia: la CISTATINA-C.
Il vantaggio derivante dall’uso di questo nuovo parametro nel calcolo della VFG (Cistatina-C), deriva dal fatto che la Cistatina-C, essendo prodotta da tutte le cellule nucleate dell’organismo ed essendo completamente eliminata dal rene, non risente, come nel caso della Creatininemia, di variabili intra ed inter individuali, legate alla massa e all’attività muscolare, oltre che ad un certo tipo di alimentazione (soprattutto proteica).

A causa dei costi elevati, che comporta l’esecuzione dell’esame Cistatina-C, è consigliabile utilizzare la formula VFG (Cistatina-C), almeno nei seguenti casi:
1) su pazienti con atrofia muscolare (riduzione della massa muscolare, che ne determina una parziale o completa perdita di funzione) causata:

  • dell’età avanzata (superiore a 60 anni – soprattutto da 70 anni in poi),
  • da malattie quali SLA – Dermatomiosite – Polimiosite – Distrofia muscolare – Neuropatia motoria (come la neuropatia diabetica) – Artrosi – Artrite reumatoide – Lesione del midollo spinale – Poliomelite,
  • da epatitopia cronica e cirrosi,
  • da malnutrizione,
  • da immobilizzazione per lungo tempo,
  • da terapia a lungo termine con cortisonici;

2) su pazienti  di età inferiore a 15 anni;

3) su donne in gravidanza;

4) su pazienti con sospetta insufficienza renale iniziale o cronica per i quali è necessario seguire l’evolversi della malattia renale, al fine di meglio modulare la terapia e suggerire uno stile di vita più adeguato (alimentazione, ecc.),

5) su pazienti con valori di creatininemia (alti o ai limiti superiori della norma), sospetti per insufficienza renale,

6) su pazienti con presenza, nelle urine, di sangue e/o di albumina (microalbuminuria) e/o di proteine (proteinuria),

7) su pazienti sottoposti a terapia con farmaci ad elevata tossicità ed escreti dai reni.

In situazioni del genere si è avuto modo di constatare che i valori di VFG (Creatinina-CKD-EPI), spesso potevano trarre in inganno, perché, essendo più elevati rispetto a quelli ottenuti con VFG (Cistatina-C), facevano erroneamente presupporre una buona funzionalità renale in pazienti con iniziale o, addirittura, avanzato stato di deficit renale.

Abbiamo, altresì, riscontrato situazioni in cui i valori di VFG (Creatininemia CKD-EPI) sono risultati inferiori a valori di VFG (Cistatina-C) su pazienti

  • con valori di Creatininemia al di sopra dei valori normali (perché dotati di una massa muscolare superiore alla norma),
  • Ipertiroidei, acromegalici, affetti da gigantismo,
  • che assumono, come integratori creatina o derivati della creatina.

Sui pazienti non appartenenti alle categorie sopra elencate, abbiamo riscontrato che i valori di VFG (Creatininemia CKD-EPI) e VFG (Cistatina-C) sono abbastanza sovrapponibili, per cui non riteniamo opportuno suggerire l’esecuzione della VFG (Cistatina-C), bensì della sola VFG (Creatininemia CKD-EPI), che potrebbe essere sufficiente per inquadrare la situazione reale del paziente da un punto di vista nefrologico.

Per ulteriori approfondimenti leggi:

scheda esami CISTATINA – C

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