Laboratorio analisi con check-up, servizi ed esami specializzati.
Settembre 21, 2020 by admin 0 Comments

TAMPONE COVID-19

Per il prelievo rinofaringeo recarsi PREVIA PRENOTAZIONE dal lunedì al venerdì all’orario concordato presso la sede OER di Trani Via Giuseppe Di Vittorio 47 Uscita Trani Centro direzione campo sportivo, muniti:

– del modulo di accettazione che si può scaricare dal sito www.analisipapagni.it o ritirare presso le sedi di Trani o Molfetta.

E’ NECESSARIA LA PRENOTAZIONE esclusivamente inviando una mail al seguente indirizzo: emergenzacovid@analisipapagni.

Giugno 16, 2020 by admin 0 Comments

TEST SIEROLOGICO PER CORONAVIRUS-SARS-COV-2 IgG/IgM

 

Descrizione: Anticorpi anti Covid-2 IgG – IgM
Campione: Prelievo ematico
Metodo: Chemiluminescenza
Refertazione: 1 g

Nei nostri laboratori di Trani e Molfetta è possibile eseguire il test sierologico per la ricerca delle IgG e IgM tramite prelievo di sangue. Si tratta di un test quantitativo distribuito dall’ABBOTT. Il test può essere sempre eseguito tranne che in presenza di sintomi quali tosse, febbre, sindrome influenzale, cosi come indicato dal Ministero della Salute.

A cosa serve questo test?

Il test serve per sapere se hai avuto un’infezione da Covid-19. Questa infezione, infatti, può essersi presentata senza alcun sintomo o con lievi sintomi a cui potresti non aver dato importanza.

Cosa può dire il test?

Il test può scoprire se sei venuto in contatto col virus, attraverso la misurazione degli anticorpi IgG e IgM nel sangue (test sierologico).

In caso di contatto:

  • dopo circa 15-20 gg si sviluppano gli anticorpi IgG che aumentano e, dopo aver raggiunto il picco (15-20gg dopo il contagio), cominciano a diminuire;
  • non prima di 5 giorni si sviluppano gli anticorpi IgM.

Quando fare il test?

È sempre consigliabile eseguire questo test, tranne che in presenza di sintomi (così come indicati dal Ministero della Salute, ad esempio febbre, sindrome influenzale, tosse, affanno, ecc).

In tal caso il test appropriato è il tampone rinofaringeo per la ricerca dell’RNA virale del nuovo coronavirus (COVID-19)

Marzo 8, 2020 by admin 0 Comments

AIDS

AIDS

Riportata per la prima volta in letteratura nel 1981, la Sindrome da immunodeficienza acquisita, altrimenti nota come Aids, rappresenta lo stadio clinico terminale dell’infezione da parte del virus dell’immunodeficienza umana (Hiv).

L’Hiv è un virus a Rna che appartiene a una particolare famiglia virale, quella dei retrovirus, dotata di un meccanismo replicativo assolutamente unico. Grazie a uno specifico enzima, la trascrittasi inversa, i retrovirus sono in grado di trasformare il proprio patrimonio genetico a Rna in un doppio filamento di Dna. Questo va inserirsi nel Dna della cellula infettata (detta “cellula ospite”) e da lì dirige di fatto la produzione di nuove particelle virali.

Nel caso specifico dell’Hiv, le cellule bersaglio sono particolari cellule del sistema immunitario, i linfociti T di tipo CD4, fondamentali nella risposta adattativa contro svariati tipi di agenti patogeni. L’infezione da Hiv provoca quindi un indebolimento progressivo del sistema immunitario (immunodepressione), aumentando il rischio di infezioni e malattie – più o meno gravi – da parte di virus, batteri, protozoi e funghi, potenzialmente letali alla lunga distanza, e che in condizioni normali potrebbero essere curate più facilmente.

  • Le fasi della malattia

Dopo essere entrata in contatto con l’Hiv, una persona può diventare sieropositiva e cominciare così a produrre anticorpi diretti specificamente contro il virus, dosabili nel sangue. La sieropositività implica che l’infezione è in atto e che è dunque possibile trasmettere il virus ad altre persone. La comparsa degli anticorpi, però, non è immediata. Il tempo che intercorre tra il momento del contagio e la comparsa nel sangue degli anticorpi contro l’Hiv è detto “periodo finestra” e dura mediamente 4-6 settimane, ma può estendersi anche fino a 6 mesi. Durante questo periodo, anche se la persona risulta sieronegativa è comunque in grado di trasmettere l’infezione. Da sieropositivi, è possibile vivere per anni senza alcun sintomo e accorgersi del contagio solo al manifestarsi di una malattia. Sottoporsi al test della ricerca degli anticorpi anti-Hiv è, quindi, l’unico modo di scoprire l’infezione. Il periodo di incubazione può durare anche diversi anni, fino a quando la malattia non diventa clinicamente conclamata a causa dell’insorgenza di una o più infezioni cosiddette “opportunistiche”. A provocarle sono agenti patogeni che normalmente non riescono a infettare le persone sane, ma soltanto persone con un sistema immunitario fortemente compromesso. Gli agenti principali sono:

  • – protozoi, tra cui Pneumocistis carinii, responsabile di una particolare forma di polmonite detta pneumocistosi e Toxoplasma gondii, che provoca la toxoplasmosi, malattia che colpisce il cervello, l’occhio e raramente il polmone
  • – batteri, soprattutto Mycobacterium tuberculosis, responsabile della tubercolosi
  • – virus, tra cui Herpes e Cytomegalovirus (Cmv)
  • – funghi, come per esempio la Candida albicans, che si può sviluppare in molte parti del corpo, soprattutto in bocca, nell’esofago e nei polmoni.

Nella fase conclamata dell’Aids si possono sviluppare diverse forme di tumore, soprattutto linfomi e sarcoma di Kaposi.

Vie di trasmissione

Esistono tre diverse modalità di trasmissione dell’Hiv: per via ematica, per via sessuale e per via materno-fetale.

La trasmissione per via ematica avviene con stretto e diretto contatto fra ferite aperte e sanguinanti e scambio di siringhe con un sieropositivo Durante le prime fasi dell’epidemia, quando erano minori anche l conoscenze sui sistemi di diffusione del virus, diverse persone sono state contagiate dall’Hiv in seguito a trasfusioni di sangue o alla somministrazione di suoi derivati. A partire dal 1985 questo tipo di trasmissione dell’infezione è stato praticamente eliminato, grazie a un maggiore controllo delle unità di sangue, al trattamento con calore degli emoderivati e alla selezione dei donatori, ma anche a un minor ricorso a trasfusioni inutili e ad un maggiore utilizzo dell’autotrasfusione.

La trasmissione attraverso il sangue rappresenta, invece, la principale modalità di contagio responsabile della diffusione dell’infezione nella popolazione dedita all’uso di droga per via endovenosa. L’infezione avviene a causa della pratica, diffusa tra i tossicodipendenti, di scambio della siringa contenente sangue infetto. Possono essere infatti veicolo di trasmissione dell’Hiv anche aghi usati, e in questo senso sarebbe opportuno sottoporsi ad agopuntura, mesoterapia, tatuaggi e piercing utilizzando aghi monouso e sterili. Con la stessa modalità è possibile la trasmissione sia dell’Hiv che di altri virus tra i quali quelli responsabili dell’epatite B e C, infezioni anch’esse molto diffuse tra i tossicodipendenti.

La trasmissione sessuale è nel mondo la modalità di trasmissione più diffusa dell’infezione da Hiv. I rapporti sessuali, sia eterosessuali che omosessuali, non protetti dal profilattico possono essere causa di trasmissione dell’infezione. Trasmissione che avviene attraverso il contatto tra liquidi biologici infetti (secrezioni vaginali, liquido pre-eiaculatorio, sperma, sangue) e mucose durante i rapporti sessuali. La trasmissione è possibile anche se le mucose sono integre.

Ovviamente, tutte le pratiche sessuali che favoriscono traumi possono provocare un aumento del rischio di trasmissione. Per questo motivo i rapporti anali sono a maggior rischio, perché la mucosa dell’ano è più fragile e meno protetta di quella vaginale. Ulcerazioni e lesioni dei genitali causate da altre patologie possono inoltre far aumentare il rischio di contagio.

Il coito interrotto non protegge dall’Hiv, così come l’uso della pillola anticoncezionale, del diaframma e della spirale. Le lavande vaginali, dopo un rapporto sessuale, non eliminano la possibilità di contagio.

I rapporti sessuali non protetti possono essere causa di trasmissione non solo dell’Hiv. Esistono, infatti, oltre 30 malattie sessualmente trasmissibili (Mst).

Hiv e gravidanza

La trasmissione da madre a figlio, o verticale, può avvenire durante la gravidanza, durante il parto, o con l’allattamento. Il rischio per una donna sieropositiva di trasmettere l’infezione al feto è circa il 20%. Oggi è possibile ridurlo al di sotto del 4% somministrando zidovudina (Azt, primo farmaco usato contro l’Hiv) alla madre durante la gravidanza e al neonato per le prime sei settimane di vita. Per stabilire se è avvenuto il contagio il bambino deve essere sottoposto a controlli in strutture specializzate per almeno i primi due anni di vita. Tutti i bambini nascono con gli anticorpi materni. Per questa ragione, il test Hiv effettuato sul sangue di un bambino nato da una donna sieropositiva risulta sempre positivo. Anche se il bambino non ha contratto l’Hiv, gli anticorpi materni possono rimanere nel sangue fino al diciottesimo mese di vita, al più tardi entro i due anni. Il bambino viene sottoposto a test supplementari per verificare se è veramente portatore del virus o se ha ricevuto solo gli anticorpi materni.

Strategie di prevenzione

Poche semplici precauzioni possono ridurre, o addirittura annullare, il rischio di infezione da Hiv. Per evitare la trasmissione dell’infezione per via ematica:

  • – evitare l’uso in comune di siringhe e aghi per l’iniezione di droghe
  • – non sottoporsi ad agopuntura, mesoterapia, tatuaggi e piercing se gli aghi utilizzati non sono monouso o non sono stati sterilizzati 
  • – per gli operatori sanitari, fare attenzione nel maneggiare e utilizzare aghi e altri oggetti taglienti 
  • – per i medici, incoraggiare l’uso di autotrasfusioni e conformarsi in maniera rigida alle indicazioni per le trasfusioni di sangue: le donazioni di sangue vanno sempre sottoposte al test per l’Hiv, né devono donare sangue, plasma, sperma, organi per trapianti, tessuti o cellule le persone che abbiano avuto comportamenti a rischio.

Per evitare la trasmissione dell’infezione per via ematica sessuale:

  • – avere rapporti sessuali mutuamente monogamici con un partner che non sia infetto
  • – eventualmente, astenersi dai rapporti sessuali 
  • – nel caso di rapporti occasionali (vaginali, orogenitali o anali), utilizzare il profilattico.

L’uso corretto del profilattico può infatti annullare il rischio di infezione durante ogni tipo di rapporto sessuale con ogni partner. Nei rapporti sessuali il preservativo è l’unica reale barriera protettiva per difendersi dall’Hiv. Non vanno usati lubrificanti oleosi perché potrebbero alterare la struttura del preservativo e provocarne la rottura. È necessario usare il preservativo all’inizio di ogni rapporto sessuale (vaginale, anale, orogenitale) e per tutta la sua durata. Anche un solo rapporto sessuale non protetto potrebbe essere causa di contagio.

Per un uso corretto del profilattico è importante:

  • – leggere le istruzioni accluse
  • – indossarlo dall’inizio alla fine del rapporto sessuale
  • – usarlo solo una volta
  • – srotolarlo sul pene in erezione, facendo attenzione a non danneggiarlo con unghie o anelli
  • – conservarlo con cura: lontano da fonti di calore (cruscotto dell’auto ed altro) e senza ripiegarlo (nelle tasche, nel portafoglio).

La pillola, la spirale e il diaframma sono metodi utili a prevenire gravidanze indesiderate, ma non hanno nessuna efficacia contro il virus dell’Hiv. L’uso di siringhe in comune con altre persone sieropositive costituisce un rischio di contagio pertanto è necessario utilizzare siringhe sterili. Le trasfusioni, i trapianti di organo e le inseminazioni, nei Paesi europei, sono sottoposti a screening e ad accurati controlli per escludere la presenza dell’Hiv.

Come non si trasmette il virus

Il virus non si trasmette attraverso:

  • – strette di mano, abbracci, vestiti
  • – baci, saliva, morsi, graffi, tosse, lacrime, sudore, muco, urina e feci
  • – bicchieri, posate, piatti, asciugamani e lenzuola
  • – punture di insetti

Il virus non si trasmette frequentando:

  • – palestra, piscina, docce, saune e gabinetti
  • – scuole, asili e luoghi di lavoro
  • – ristoranti, bar, cinema e locali pubblici
  • – mezzi di trasporto.

Il test dell’Hiv

Per sapere se si è stati contagiati dall’Hiv, è sufficiente sottoporsi al test specifico per la ricerca degli anticorpi antiHiv che si effettua attraverso un normale prelievo di sangue. Il test anti-Hiv è in grado di identificare la presenza di anticorpi specifici che l’organismo produce nel caso in cui entra in contatto con questo virus. Se si sono avuti comportamenti a rischio è bene effettuare il test al termine del sesto mese dall’ultimo rischio di contagio (periodo finestra), poiché gli anticorpi anti-Hiv possono presentarsi anche entro sei mesi di distanza dall’esposizione al contagio. Bisogna tenere presente che durante il cosiddetto “periodo finestra” (periodo di tempo che va dal momento del contagio a quello della comparsa degli anticorpi) è comunque possibile trasmettere il virus pur non risultando positivi al test.

La Legge italiana (135 del giugno 1990) garantisce che il test sia effettuato solo con il consenso della persona. Il test non è obbligatorio, ma se si sono avuti comportamenti a rischio sarebbe opportuno effettuarlo. Per eseguire il test, nella maggior parte dei servizi sanitari, non serve ricetta medica, è gratuito e anonimo. Le persone straniere, anche se prive del permesso di soggiorno, possono effettuare il test alle stesse condizioni del cittadino italiano. Per la sicurezza del neonato, tutte le coppie che intendono avere un bambino dovrebbero valutare l’opportunità di sottoporsi al test. La legge prevede che il risultato del test venga comunicato esclusivamente alla persona che lo ha effettuato. Sapere precocemente di essere sieropositivi al test dell’Hiv consente di effettuare tempestivamente la terapia farmacologica che permette oggi di migliorare la qualità di vita e vivere più a lungo.

Le terapie

Oggi i medici propongono la terapia Haart (Higly Active Anti-Retroviral Therapy) contro l’infezione da Hiv alle persone sieropositive, sulla base dei cosiddetti “valori” dei linfociti CD4 (cellule del sistema immunitario) e della carica virale (numero di particelle di Hiv nel sangue) che misura la velocità di replicazione dell’infezione. La terapia è in genere composta da più farmaci antiretrovirali che permettono di ridurre la carica virale e migliorare la situazione immunitaria. Il medico potrà spiegare meglio quali sono le varie possibilità terapeutiche, i possibili effetti collaterali, le modalità di assunzione dei farmaci. Nel 1987 è stato introdotto il primo farmaco antiretrovirale, la zidovudina (Azt), in grado di inibire l’attività della trascrittasi inversa, fondamentale per la replicazione dell’Hiv. A questa molecola hanno fatto seguito altre con meccanismo d’azione simile. Successivamente si sono aggiunti il 3tc e il D4t, come farmaci sinergici rispetto all’azione dell’Azt, ma anche altri inibitori della trascrittasi inversa, come la nevirapina e l’efavirenz, che agiscono con un diverso meccanismo. Nel 1997 è stata introdotta una nuova categoria di farmaci, gli inibitori della proteasi (come l’amprenavir), capaci di ostacolare l’enzima virale necessario per completare la sintesi del rivestimento esterno del virus. A causa della forte tendenza dell’Hiv a mutare (la trascrittasi inversa è un enzima che spontaneamente introduce degli errori nel genoma virale), è necessario non soltanto trovare farmaci sempre nuovi, ma anche adottare delle terapie combinate. In questo modo si cerca di ridurre al minimo o quantomeno di ritardare l’insorgenza di ceppi virali multiresistenti. Sono inoltre in sperimentazione classi di farmaci mirate alla stimolazione e al supporto del sistema immunitario, piuttosto che a una diretta azione antivirale. Accanto a farmaci, sono in corso molti studi in diversi laboratori in tutto il mondo per mettere a punto un vaccino efficace, che possa associare a una azione preventiva anche una possibile azione terapeutica. Nei Paesi occidentali i successi terapeutici contro l’Aids sono dunque in gran parte dovuti ai risultati ottenuti dalla ricerca scientifica che ha consentito di individuare farmaci dotati di potente attività antivirale. Occorre tuttavia tenere ben presente che le attuali strategie terapeutiche non consentono la guarigione dall’infezione ma permettono di tenerla sotto controllo. È quindi essenziale individuare nuove strategie terapeutiche con meccanismi di azione diversi da quelli di cui oggi disponiamo.

Telefono verde Aids

È possibile chiamare il Telefono Verde Aids (Tva) dell’Istituto superiore di sanità al numero 800-861061. Il servizio, anonimo e gratuito, è attivo dal lunedì al venerdì dalle ore 13.00 alle ore 18.00. Gli esperti del Tva garantiscono una informazione scientifica, aggiornata e personalizzata. A partire dal 19 marzo 2007, l’intervento di counselling telefonico su Hiv e Aids, oltre che in italiano, viene offerto anche in altre sette lingue. I mediatori linguistico culturali sono presenti ogni giorno, a turno, secondo il seguente calendario:

lunedì – mediatore per le persone di lingua inglese e francese

martedì – mediatore per le persone di lingua romena

martedì – mediatore per le persone di lingua romena

giovedì – mediatore per le persone di lingua cinese e araba

venerdì – mediatore per le persone di lingua russa

Sul sito del ministero della Salute, sono state raccolte le domande più frequenti pervenute al Tva: leggi le faq e il rapporto con i dati sull’attività di counselling telefonico (1 gennaio – 16 novembre 2007).

Dicembre 6, 2019 by admin 0 Comments

ACIDO METILMALONICO (MMA)

L’acido metilmalonico (MMA) è una sostanza prodotta in quantità piccolissime ed è necessaria per il metabolismo umano e la produzione di energia. In un passaggio del metabolismo la vitamina B12 promuove la conversione di metilmalonil CoA (una forma di MMA) a succinil coenzima A. Se non c’è abbastanza vitamina B12, le concentrazioni di MMA cominciano ad aumentare, con un conseguente incremento di MMA nel sangue e nell’urina. Concentrazioni elevate di acido metilmalonico nel sangue e nell’urina sono indicatori sensibili e precoci di carenza di vitamina B12.

Nel tempo la carenza di vitamina B12 può provocare modificazioni delle cellule ematiche, portando ad anemia ed alla produzione di globuli rossi più grandi del normale (macrociti). Inoltre può causare segni e sintomi di neuropatia, come intorpidimento e formicolio alle mani e ai piedi e/o nei casi più gravi, possono indurre alterazioni mentali e comportamentali, quali difficoltà cognitive, confusione, irritabilità e depressione.

L’esame sui neonati per le alte concentrazioni di MMA può supportare la diagnosi di acidemia metilmalonica, una rara malattia metabolica che colpisce circa 1 persona su 25000-100000. Per questa patologia è disponibile uno screening per i neonati. I bambini con questa patologia appaiono normali alla nascita, ma quando comincia il consumo di proteine, i sintomi si fanno evidenti: eccessiva stanchezza, vomito, disidratazione, debolezza del tono muscolare, convulsioni, ritardo mentale, ictus e acidosi metabolica grave.

Dicembre 3, 2019 by admin 0 Comments

CA 125

Descrizione: CA 125
Campione: Prelievo ematico
Metodo: Chemiluminescenza
Refertazione: 1 gg

 

Il CA125 o antigene carboidrato è una glicoproteina prodotta dall’utero, dalla cervice uterina, dalle tube di Falloppio e dalle cellule che rivestono gli organi delle vie respiratorie e dell’addome. Quando uno di questi tessuti è danneggiato o infiammato, come nel caso del carcinoma ovarico, è possibile ritrovare un aumento della quantità di CA125.

Valori aumentati di CA125 si possono riscontrare oltre che in caso di tumori ovarici anche in presenza di:

  • cisti ovariche
  • epatopatie
  • tumori dell’endometrio, del peritoneo e delle tube
  • endometriosi
  • pancreatite
  • gravidanza.

Attualmente, il dosaggio del CA125 viene utilizzato soprattutto per controllare l’esito del trattamento adottato per il tumore delle  ovaie oppure per rafforzare o confermare la diagnosi di questa patologia.
In considerazione dell’evoluzione subdola della malattia, inoltre, l’analisi di questo marcatore è solitamente consigliato per donne che presentano un rischio più elevato di sviluppare il carcinoma ovarico, come quelle che hanno una familiarità.
Nel caso in cui la sintomatologia sia sospetta e l’antigene risulti aumentato, però, si abbina tipicamente un altro esame, ossia il dosaggio dell’ HE4 (Human epididymis protein 4). Quest’ultimo marcatore è più specifico di CA 125 e viene espresso in eccesso nel carcinoma dell’ovaio. HE4 rappresenta, quindi, un complemento di indagine utile nel discriminare tra cancro e masse ovariche benigne, in caso di positività di CA 125.

Il CA 125 non ha nemmeno i requisiti per essere considerato un buon marker per la diagnosi precoce di carcinoma dell’ovaio, dal momento che spesso nel primo stadio della malattia i suoi livelli nel sangue non aumentano in misura rilevante (come succede nel 50% circa dei casi).
La sensibilità del CA 125 è ridotta anche dall’evidenza che una buona percentuale di tumori ovarici (il 20% circa) risulta negativo al test anche negli stadi successivi, quindi non si accompagna a rialzi clinicamente apprezzabili dei suoi livelli plasmatici.

Per tutti questi motivi, il CA 125 non può essere utilizzato su larga scala nello screening del cancro, ma solo nel follow-up del carcinoma ovarico, per il quale assicura una sensibilità prossima al 100% nei confronti delle recidive.

 

Quando viene prescritto il test?

Il dosaggio del CA 125 viene generalmente richiesto prima dell’inizio di una terapia per il carcinoma ovarico. Durante il trattamento, l’esame può essere eseguito ad intervalli regolari in modo da valutarne l’efficacia e rilevare eventuali recidive.
L’esame del CA 125 può essere indicato anche dopo il riscontro di una massa pelvica o in pazienti ad alto rischio di sviluppare carcinoma ovarico.

 

Valori normali

L’intervallo di riferimento per il CA 125 va da 0 a 35 unità/ml.

 

CA 125 Alta – Cause

Purtroppo, a causa della bassa specificità, il livello plasmatico di CA 125 non può essere utilizzato come marker assoluto della presenza o assenza di una patologia maligna (ovarica, in primis).

 

Malattie Benigne

I livelli dell’antigene tumorale 125 possono infatti risultare elevati (> 35 U/ml) anche in corso di malattie benigne, come:

  • Endometriosi;
  • Gravidanza.
  • Fibromi uterini;
  • Policistosi ovarica;
  • Malattia infiammatoria pelvica;

Tumori

Oltre che in caso di tumore ovarico, i livelli di CA 125 si elevano anche in presenza di altri tipi di cancro, come quelli che originano nell’endometrio, nelle tube di Falloppio, nei polmoni, nel seno e nel tratto gastro-intestinale.

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